L’importanza dell’équipe interdisciplinare nella riabilitazione per l’età evolutiva.

Un poeta americano, J. Godfrey Sax, in una sua opera raccontò una storia, molto nota nell’induismo. Ci sono  sei uomini, tutti ciechi, che  incontrano un elefante: il primo toccando un fianco dell’elefante disse “è un muro!”; il secondo toccò una zanna e disse che si trattava di una lancia; il terzo uomo, toccando la proboscide, pensò che si trattasse di un serpente… e così via.

In questo modo ogni volta che si affermava un’opinione sull’elefante, “tutti avevano in parte ragione ed in parte torto”.

Nella condizione di questi uomini possiamo individuare il concetto che sta alla base del lavoro di équipe interdisciplinare: un singolo sistema di osservazione limita la capacità di comprendere l’insieme. 

La complessità dei problemi dell’età evolutiva richiede l’attivazione di più figure professionali per progettare risposte individualizzate, adeguate alle esigenze dei bambini.

Ciascun operatore, secondo il proprio ruolo e la specifica competenza, mette in comune il proprio contributo così da pervenire a un programma e a obiettivi in programmi unitari.

Si tratta, dunque, di superare la dimensione di intervento a vantaggio di un’ottica di processo. 

Fabio ha tre anni quando arriva al servizio.  La mamma nel colloquio iniziale con la Neuropsichiatra espone la storia del bambino.

A suo parere, la difficoltà maggiore è quella del linguaggio: “non parla” e solo da poco chiama “mamma”. La signora racconta che nel gioco è caotico “non è costante… tira fuori tutto insieme…”.

Quando era più piccolo giocava essenzialmente con oggetti sferici, circolari che faceva piroettare su se stessi. Ora è più inserito nelle attività quotidiane: se vede che la madre sta preparando la tavola si dirige al cassetto delle posate, quando sa di dover uscire va a prendere il cappotto…”.

Fabio è un bambino con sindrome di Down. L’équipe propone sia una valutazione logopedica sia di terapia occupazionale. A seguito delle valutazioni, i terapisti e il neuropsichiatra si incontrano per la condivisione dei dati raccolti. Da quanto risultante nelle sedute di osservazione/valutazione, emerge un profilo con un ritardo trasversale a tutte le aree di sviluppo e più considerevole sul piano del linguaggio. Le caratteristiche del bambino e la sua storia, oltre ai dati delle valutazioni, inducono l’équipe a scegliere un inziale percorso di terapia occupazionale a cui affiancare in una fase successiva l’intervento del logopedistaIl terapista occupazionale utilizza un approccio globale in grado di valorizzare e implementare le abilità, non focalizzandosi esclusivamente su ciò che manca. Il bambino che sperimenta di essere competente ha la possibilità di aumentare la sua auto-efficacia, ovvero sperimentare il fondamento necessario  per sviluppare e/o  migliorare la capacità di partecipare alle varie attività quotidiane, del tempo libero, scelte o richieste dai vari ambienti di vita. Un percorso, quindi, che può preparare Fabio alla fase in cui necessariamente occorrerà prendere in considerazione le sue difficoltà e in cui dovrà saper rispondere a compiti mediante cui poterle superare. 

Piero ha 10 anni, durante il suo percorso scolastico ha sempre avuto difficoltà a leggere, a scrivere, a ricordare e ripetere ciò che legge. Dimostra, però, di imparare velocemente se ascolta gli altri, oppure seguendo programmi televisivi, evidenziando per esempio di saper raccontare i contenuti di documentari che trattano di natura, geografia, ecc. La logopedista effettua una valutazione sugli apprendimenti ed evidenzia le difficoltà oggettive, mentre la psicologa indaga sugli aspetti comportamentali e relazionali, ascolta la famiglia. Nell’ambiente scolastico, il ragazzino è considerato “pigro…”, un furbetto”; i genitori dicono “è intelligente solo per quello che gli pare… è svogliato…”. Piero da tempo pensa di essere matto, “sbagliato” e ciò gli ha provocato rabbia e depressione. Il problema è quello di un Disturbo Specifico di Apprendimento. L’équipe, prendendo in esame la storia e la situazione, indica l’opportunità di un intervento psicologico che prenda in carico Piero con il suo vissuto e i genitori, affiancato da quello del logopedista che gli fornirà le strategie più idonee per affrontare i compiti scolastici.

Barbara è una bambina di tre anni; le piace muoversi  ma lo fa in modo caotico e disorganizzato: gioca toccando e lasciando, lancia, abbandona, e tutto in modo molto rapido. Si arrabbia di fronte ai limiti dati o quando si trova dinnanzi ad una difficoltà e lo fa con comportamenti molto regressivi. La bambina non mantiene il contatto oculare, ha un suo linguaggio ma molto carente nell’interazione, può non rispondere se chiamata. Si tratta di Disturbo dello Spettro Autistico. Il neuropsichiatra, l’équipe, in considerazione dei bisogni di Barbara propone la valutazione con la terapista della  neuro-psicomotricità  a seguito della quale inizia il percorso. L’intervento psicomotorio proponendo esperienze globali mediate dalla corporeità e dal movimento “mira a riorganizzare il giusto equilibrio tra le funzioni motorie, neuropsicomotorie, affettive, cognitive e neuropsicologiche”.  Tramite il movimento, il ritmo, il gioco, le attività grafiche e particolari materiali detti appunto “psicomotori” (palloni, funi, cerchi, teli, costruzioni, ecc.), nel caso di Barbara, si ha la possibilità di agire in favore della regolazione delle emozioni, di sviluppare le capacità di interazione e comunicazione sociale, di promuovere l’intenzionalità comunicativa del linguaggio. di sviluppare attenzione e capacità cognitive. In seguito all’intervento psicomotorio, viene affiancato anche quello del terapista del linguaggio, unitamente a un intervento domiciliare seguito dall’educatore e dallo psicologo che in modo regolare incontra i genitori. Gli operatori coinvolti si raccordano periodicamente per monitorare il percorso introducendo se necessario delle modifiche.

Le esperienze presentate, pur se sinteticamente, lasciano comprendere che l’appropriatezza del progetto riabilitativo è garantita dall’équipe multidisciplinare Il lavoro di équipe consiste in una integrazione armonica dei diversi interventi al fine di accogliere, valutare e analizzare la realtà del bambino/adolescente per la definizione del progetto terapeutico.

Il team è costituito da professionisti con formazione, tecniche e obiettivi diversi, in cui ciascuno osserva e valuta i problemi secondo la prospettiva derivante dalla propria formazione, che però deve necessariamente coordinarsi con quella degli altri per poter giungere alla risposta complessiva finale, basata sui dati a disposizione.

Si tratta di creare un significato condiviso e un linguaggio comune passando dal ragionamento clinico individuale di ciascun professionista al ragionamento clinico collettivo. Nel gruppo si arriva ad un’immagine unificata del paziente partendo dalle diversità delle prospettive. Il lavoro di équipe si fonda su un processo costruttivista:  “cercare tra i diversi dati di arrivare ad una comune definizione dei problemi del paziente” (E. Blesedell Crepeau). Già negli Anni ’70, Adriano Milani Comparetti, uno dei padri della riabilitazione italiana, definiva il lavoro di équipe come possibilità di ricostruire l’unità dell’individuo: “il dialogo comune metteva in risalto le differenze e le competenze di ogni operatore, rivelando, di una stessa realtà soggettuale, le mille possibili sfaccettature tutte ricche di significato e possibilità”.

Per arrivare ad agire come un’unità funzionale, “l’ingrediente” più prezioso è la disponibilità a imparare dagli altri, variando talvolta anche le proprie opinioni, sulla base di quanto emerge dal gruppo. Offrire servizi con questa modalità, consente di realizzare interventi integrati evitando frammentazione, incompletezza, e ripetizione di interventi, in un’ottica invece di prevenzione.

Significa realmente mettere il bambino al centro dell’agire professionale.

“Nelle folle troviamo una voce che si esprime all’unisono, nei gruppi l’armonia. Vogliamo una voce singola ma non una singola nota; ecco qual è il segreto dei gruppi.” (Mary Parker Follett)

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Elena Fabbruzzi

Terapista Occupazionale

Coordinatrice del Centro APIS Servizi di Riabilitazione per l’Età Evolutiva Monterotondo

BIBILIOGRAFIA

S. Besio, M.G. Chinato (1996)  “L’avventura educativa di Adriano Milani Comparetti”  E/O Editore

E.S.Cohn “Comunicazione interdisciplinare e supervisione del personale” in TERAPIA OCCUPAZIONALE (2006) di Willard & Spackman – vol.2 – A. Delfino Ed.

J. Cunningham (2006)  “Essere nel fare” Franco Angeli Ed.

E. De Toma- L. Gardin “Analisi costo-beneficio dell’impiego nell’equipe riabilitativa del terapista occupazionale per la prevenzione delle cadute di soggetti anziano ad alto rischio di frattura. Due RCT a confronto.” in GITO- Giornale Italiano di Terapia Occupazionale – N°6, luglio 2011

Gruppo A.I.T.O. interregionale per Età Evolutiva: “Fare e partecipare: il contributo del terapista occupazionale all’interno dell’equipe multidisciplinare” in GITO- Giornale Italiano di Terapia Occupazionale – N°19, dicembre 2017

R. Militerni “Disordini del Neurosviluppo: ritardo psicomotorio e nuove configurazioni diagnostiche”. Rivista di PSICOMOTRICITA’ – Vol.3,  n.2, giugno 2017

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