È una domanda che prima o poi arriva, quasi sempre accompagnata da un misto di preoccupazione e senso di colpa. Tablet, console, smartphone sono entrati nelle case senza chiedere permesso e oggi fanno parte della quotidianità di molti bambini e ragazzi. Così, tra un compito e una partita online, molti genitori si chiedono se tutto questo stia facendo bene oppure no.
La risposta, come spesso accade quando si parla di crescita, non è mai un sì o un no secco. I videogame non sono tutti uguali e soprattutto non è il mezzo in sé a fare la differenza, ma l’uso che se ne fa e il contesto in cui viene inserito.
Perché i videogame attirano così tanto?
I videogame sono costruiti per funzionare. Colori, suoni, obiettivi chiari, feedback immediati. Per un bambino tutto questo è estremamente potente. Il gioco digitale offre una sensazione di competenza, di controllo, di successo immediato. In un mondo in cui spesso gli adulti chiedono, correggono e valutano, il videogame restituisce al bambino l’idea di “ce la faccio”.
Dal punto di vista dello sviluppo, il gioco è uno strumento fondamentale. Attraverso il gioco i bambini sperimentano, apprendono, sbagliano e riprovano. Anche il videogame, se scelto con attenzione, può stimolare alcune abilità come la coordinazione occhio mano, l’attenzione, la rapidità di risposta e in alcuni casi il problem solving.
Esistono studi che mostrano come determinati giochi d’azione o di strategia possano potenziare alcune funzioni cognitive. Questo però non significa che tutti i videogame siano sempre benefici o che possano essere usati senza limiti.
Quando il videogame diventa un problema
Il punto critico non è quasi mai il videogioco in sé, ma l’eccesso, la precocità o l’assenza di una supervisione adulta. Un’esposizione prolungata agli schermi può essere associata a irritabilità, difficoltà di concentrazione, stanchezza, alterazioni del sonno e a una progressiva riduzione del tempo dedicato al gioco libero, al movimento e alle relazioni.
In alcuni casi, soprattutto con l’aumentare dell’età, può emergere una difficoltà nel gestire il tempo di gioco. Il bambino o l’adolescente fatica a staccarsi, si arrabbia quando deve spegnere, perde interesse per altre attività. La scuola ne risente, l’umore cambia, i conflitti in famiglia aumentano.
C’è poi il tema dei contenuti. Videogiochi non adatti all’età, con scene violente o linguaggi aggressivi, possono avere un impatto negativo soprattutto sui bambini più piccoli, che non dispongono ancora degli strumenti emotivi per comprendere e rielaborare ciò che vedono.
Quando il videogame diventa l’unico interesse, quando è l’unico spazio di gratificazione o l’unico modo per evitare emozioni difficili, allora è importante fermarsi e provare a capire cosa sta succedendo.
Il ruolo degli adulti
Qui entra in gioco il ruolo fondamentale dei genitori. Il videogame può diventare un problema oppure una risorsa, a seconda di come viene accompagnato. I bambini hanno bisogno di adulti presenti, non di adulti perfetti.
Stabilire regole chiare sul tempo di utilizzo è uno dei primi passi. Limiti prevedibili aiutano il bambino a orientarsi e riducono le continue negoziazioni. Sapere quando si può giocare e per quanto tempo favorisce lo sviluppo dell’autoregolazione.
È importante anche scegliere giochi adeguati all’età, informandosi sui contenuti e utilizzando le indicazioni PEGI. Il fatto che “ce l’abbiano tutti” non rende automaticamente un videogame adatto.
Un elemento spesso sottovalutato è il gioco condiviso. Giocare insieme, anche solo ogni tanto, permette al genitore di osservare come il bambino reagisce alla frustrazione, alla perdita, alla vittoria. Offre l’occasione di parlare dei contenuti, di fare domande, di trasformare il videogame in uno spazio di relazione e non solo di isolamento.
Questione di equilibrio
Il punto non è eliminare i videogame, ma inserirli in un equilibrio più ampio. Un bambino che va a scuola, gioca, si muove, frequenta amici, dorme bene, si annoia ogni tanto e vive relazioni affettive stabili può utilizzare anche il videogame senza che questo diventi un problema.
Il rischio emerge quando il digitale diventa l’unico luogo in cui sentirsi competenti, riconosciuti o tranquilli. In quei casi il videogame smette di essere un gioco e diventa un rifugio.
Dal punto di vista clinico, quando un genitore porta il tema dei videogame in consultazione, raramente il lavoro riguarda il videogame in senso stretto. Più spesso quel gioco diventa un indicatore, un segnale che qualcosa nell’equilibrio emotivo, relazionale o organizzativo del bambino sta chiedendo attenzione.
Osservare come e quando il bambino gioca, cosa accade prima e cosa succede dopo, quali emozioni emergono allo spegnimento, come reagisce alle frustrazioni, offre informazioni preziose sul suo funzionamento e sui suoi bisogni evolutivi.
In questi casi un confronto con uno psicologo può aiutare non tanto a “togliere” il videogame, quanto a rimetterlo al suo posto. A comprendere cosa sta comunicando il comportamento del bambino, a sostenere i genitori nel trovare modalità educative più efficaci e a prevenire che una difficoltà temporanea diventi un problema strutturato.
Ancora una volta, il focus non è il sintomo, ma la persona.
E il cambiamento, quasi sempre, passa dalla relazione.
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